FIORENTINA, Alla scoperta di Domenico Tedesco, l’outsider nella corsa alla panchina viola


Per oltre 30 anni la scuola degli allenatori tedesca si era dovuta affidare al carisma smisurato, aggrappandosi alla figura del santone Beckenbauer come ideale capofila, della generazione di tecnici che ha compreso gente come Heynckes, Vogts, Voeller, Hitzfeld e Klinsmann, per compensare una carenza di nuove idee tattiche, di innovazioni che potessero generare un cambiamento nello stile di gioco e, più in generale, nella mentalità del calciatore teutonico. La scintilla della rivoluzione è scoccata nel 2006: i milioni spesi dalla DFB nell’organizzazione del mondiale casalingo sono serviti anche per ripartire dalle macerie di due cocenti eliminazioni ai gironi degli europei del 2000 e 2004, portando così nuova linfa a tutto il movimento. L’ottimo risultato raggiunto in quella edizione della coppa del mondo (con una rosa tutt’altro che di livello) ha ridato invece entusiasmo alla popolazione, riavvicinando i giovani a uno sport che quasi era ‘passato di moda’. Dal secondo decennio del ventunesimo secolo sono stati i volti nuovi che sono apparsi in nazionale, tutti sotto i 25 anni e in buon numero anche immigrati di seconda o terza generazione, i quali hanno coronato la parabola ascendente del calcio tedesco col trionfo in Brasile 2014, salendo sul tetto del mondo. Adesso il modello della DFB viene invidiato e preso come punto di riferimento: per infrastrutture, per organizzazione, per risultati a livello di club e della nazionale, per qualità dei propri settori giovanili. Esatto, proprio i settori giovanili sono il punto di forza del calcio in Germania, e non dobbiamo intendere solo a livello di giocatori, perchè il vero salto di qualità si è visto sulle panchine: nè un esempio lampante Jurgen Klopp e il laboratorio a cielo aperto del Borussia Dortmund che dal 2008 al 2015 ha stupito tutta Europa al comando dei gialloneri.
Negli ultimi anni i tedeschi hanno sviluppato una passione quasi morbosa per il lato strategico di questo gioco, come se fosse ufficialmente diventato la prosecuzione della scienza militare in cui hanno eccelso per secoli (si scherza ovviamente). Non solo semplici allenatori ma ingegneri e architetti, una dittatura illuminata della meritocrazia in cui al 30/35enne senza alcun curriculum “sul campo”, ma uscito dalle accademie col massimo dei voti, spetta comunque la precedenza sulla vecchia gloria in cerca di occupazione. È questa la storia di un immigrato italiano, Domenico Tedesco, nato a Rossano in provincia di Cosenza, un giorno dipendente della Mercedes con una laurea in ingegneria aziendale, il giorno dopo allenatore di calcio: patentino ottenuto a tempo di record, superando nei voti anche un certo Jurgen Nagelsmann, da Settembre nuovo allenatore del Bayern e con alle spalle un passato analogo a quello di Tedesco, fatto di scalate e tappe bruciate. Quelle che hanno portato l’italo-tedesco dalla panchina delle giovanili dello Stoccarda, a quella prestigiosissima dello Schalke 04 nel 2017. Nel presente allena in Russia, e dopo un primo anno di assestamento con lo Spartak, adesso si trova al secondo posto, dietro solo alla corazzata dello Zenit. Il suo contratto scadrà il 31 di questo mese e sembra intenzionato ad esplorare nuovi lidi e soprattutto nuovi campionati, magari proprio nella ‘sua’ Italia….

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