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CHIACCHERE DA “VAR”

Ad oggi la Fiorentina è la protagonista per eccezione dei due episodi più estremi in cui la Var si è trovata ad operare. Per fare mente locale: il primo risale alla partita Chievo-Fiorentina del 27 gennaio (rete annullata a Giaccherini perché Pellissier pestava la linea dell’area di rigore prima che il pallone rinviato da Lafont uscisse dal rettangolo che delimita l’area stessa), mentre il secondo è storia recente, o meglio di domenica (SPAL-Fiorentina: il rigore non fischiato su Chiesa è preambolo della trama di gioco che porta alla rete dei ferraresi, annullata in seguito dal direttore di gara dopo segnalazione causa grave errore di valutazione su episodio precedente a favore dei gigliati). La constatazione iniziale appare dunque indiscutibile e certificata, come del resto le sue conseguenze.

Le “polemiche” sono parte integrante del calcio italiano, non esiste modo più facile di propagandare ideali calcistici come false illusioni, le cosiddette “chiacchere da bar”, più volte rievocate dagli addetti ai lavori, sono una sfumatura permanete della nostra tradizione territoriale. Che piaccia o meno, il colore dei tifosi non si differenzia solo nelle maglie ma anche nella qualità e nel libero arbitrio, lo stesso che lascia spazio a pensieri e punti di vista variegati ed aggiungerei necessari. Per quanto il contenuto di un determinato argomento possa assumere maggior o minor peso dal punto di vista di un dialogo costruttivo, apparirebbe illogico e probabilmente controproducente far si che questo non venga “divulgato” (virgolettato d’obbligo per definire come questo concetto sia molto distante dal sinonimo estremo “fomentato”). Perché questa specifica distinzione? Perché quello che sta accadendo e colpendo direttamente la Fiorentina è dettato proprio da una capacità naturale ed ormai collaudata di fomentare quelli che possiamo definire “casi al limite del regolamento”, ma che nonostante ciò sono parte integrante del regolamento stesso.

Non serve un esperto in giurisprudenza se non una normale nozione calcistica, per comprendere come un pallone rinviato dal fondo debba essere intercettato al di fuori dell’area di rigore per “entrare in gioco”, come risulta altrettanto ovvio, per chi ha avuto modo e volontà di leggere le regolamentazioni della VAR, che i componenti della squadra arbitrale siano tenuti ad intervenire nell’operato dell’arbitro qualora questo non si accorga di aver commesso una valutazione errata che possa dare campo ad un errore evidente. Allo stesso modo la regola cita come lo stesso VAR non possa intervenire finché il gioco non è fermo (ovvero qualora il pallone varcando una linea esca dal rettangolo di gioco, venga fischiato un fallo o, come nel caso recente, avvenga una rete).

La domanda che sorge dunque spontanea è come sia possibile esternare, soprattutto da parte di rappresentanti di spicco di importanti società professionistiche, dichiarazioni che non si limitano a colpire un sistema innovativo quale il VAR, che nonostante sia in fase di strutturazione e definizione, non solo è stato a gran voce richiesto negli anni passati per uniformare il giudizio arbitrale e porre maggiore chiarezza nei termini del loro operato, ma che oltretutto agisce confluendo tra regole ormai datate ed altre nuove ma pur sempre certificate attraverso un regolamento. (Nello specifico vedi dichiarazioni di Luca Campedelli (CLICCA QUI) e Walter Mattioli (CLICCA QUI).

A tale quesito si lega un’altra domanda, quella che avrei voluto non pormi. Una domanda che si interroga su come tutto ciò non solo sia possibile ma oltretutto insufficiente, trovando oltremodo riflesso in un eccesso che va concretizzandosi attraverso accuse pesanti (e per lo più infondate) dirette ad un ragazzo come Federico Chiesa, additandolo quale disonesto e “tuffatore”.

Il calcio è di tutti, proprio come il patrimonio di questo giovane talento capace di far innamorare aldilà dei colori, solo attraverso la sua semplicità, la sua classe e la voglia di giocare. Il confronto costruttivo è il motore del progresso, ma non dimentichiamoci che la libertà è un diritto, come la libera espressione ed il libero arbitrio sono privilegi che, per rimanere tali, devono necessariamente contornarsi della consapevolezza di come ogni luogo non abbia allo stesso modo il diritto di diventare un “bar”. I mezzi dettano le possibilità, e di questo passo non possiamo che regredire.

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