CAVASIN: “Che ricordi l’esperienza a Firenze. Dybala? Gli manca un vero ruolo”

L’allenatore Alberto Cavasin si è collegato in diretta con i microfoni di TMW Radio, intervenendo in diretta a Stadio Aperto, trasmissione condotta da Francesco Benvenuti e Niccolò Ceccarini. Le sue riflessioni iniziano dalla parentesi in cui ha allenato a Firenze: “Era un progetto ambizioso, una città splendida e anche un ambiente importante che fino a pochi mesi prima aveva visto dei campioni, che poi avrebbe rivisto a breve. Io ho vissuto quei 2-3 anni, un piccolo ponte tra il grande prestigio e quello nuovo. Si viveva nel top, quando un allenatore arrivava lì doveva mettersi il doppiopetto”.

C’è una fotografia che riassume quella stagione?
“Due. Una le grandi difficoltà interne, per esempio ricordo la prima partita in casa che non si trovavano le maglie. Erano ancora nel magazzino… Io mi spogliavo dove c’erano scatoloni con materiale sportivo: era l’improvvisazione del tutto, ai minimi termini. Però vivevamo a Firenze ed avevamo 22mila abbonati: per qualche mese la proprietà aveva messo a disposizione di tutto e di più, ma si partiva da sotto. L’altra cosa, meravigliosa, che ho vissuto e che mi è piaciuta, è quella che come ti muovevi fuori era tutto un incontrare le famiglie, le signore anziane che ti chiedevano le cose e che poi ritrovavamo anche nelle trasferte a due passi. C’era il voler bene a questa squadra che risaliva, e lo stesso penso che l’abbiano vissuto anche i giornalisti”.

C’era un giovanissimo Quagliarella, allora, e che oggi continua a segnare.
“Faceva parte delle situazioni di quel tempo. Si sapeva e si vedeva che era un buon giocatore, veniva dalla Primavera del Torino. Faceva fatica a trovare spazio, ed era però nell’età in cui doveva andare a giocare: il più adatto per la categoria e per affiancare Riganò era Evacuo. Quagliarella era più un doppione del primo, ma giocare a spezzoni o fare la riserva era uno spreco: ricordo che fu una scelta ponderata anche con i genitori, in prospettiva: è andato a giocare e si è rivelato un campione, un giocatore di ottimo livello”.

C’è un aspetto del calcio di oggi secondo lei figlio dei tempi moderni?
“Probabilmente è cambiato il rapporto tra giocatori all’interno dell’ambiente. E non è peggiore o migliore, è che un tempo in ritiro si giocava a carte o si andava a fare le passeggiate, e questo portava ad una serie di rapporti. Oggi si va a mangiare, e appena finito tutti rientrano in camera singola. L’armonia rimane ancora oggi, però dopo il subentro dei procuratori certe problematiche e situazioni hanno preso pieghe diverse: prima si risolvevano le questioni tra calciatore e direttore, mentre oggi lo fanno loro. Non voglio dare giudizi, ma è così: certi meccanismi sono diversi”.

Nelle due esperienze estere a Bellinzona e Leyton Orient cosa le è rimasto di più importante?
“In quelle due nazioni non ho trovato la passione che c’è in Italia. Gli ambienti sono un po’ più freddi: soprattutto al Bellinzona, ma anche in Inghilterra. Il calcio viene vissuto in una maniera più chiusa e professionale. Il calcio inglese, però, è una cosa meravigliosa, e vieni travolto: ho visto quattro finali a Wembley, ed erano tutte di squadre dilettanti… Sessantamila persone. Proprio un altro mondo, pensate che ho visto portare allo stadio e in metro uno in carrozzina con tanto di flebo: non è una barzelletta, è così”.

In Italia si vive una passione più antagonista?
“Ogni nazione ha il suo modo d’essere, e con quello vive differentemente la passione. Se dovessi scegliere tra allenare in Inghilterra o in Italia, scelgo questa seconda tappa”.

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