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STORIE DI CALCIO, Nasce il professionismo

Uno sport ancora per pochi

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 la diffusione dello sport e dunque del calcio era legata quasi esclusivamente alle scuole. Uno dei primi manuali del gioco calcio fu pensato proprio per le scuole. Pur tuttavia, nonostante le estensioni dell’obbligo scolastico (Legge Coppino 1877 e Legge Orlando 1904) larga parte della popolazione italiana era ancora in preda all’analfabetismo e quindi esclusa sia dall’istruzione sia dallo sport.

Nel frattempo il mondo stava cambiando e una tragedia si sarebbe presto abbattuta su di esso. La Prima Guerra funse da incubatrice della storia e il fragile Regno d’Italia non sopportò l’urto del magma sociale. Lo Stato liberale si sbriciolò e subentrò il Fascismo.

Una volta preso il potere, il Regime intuì fin da subito le grandi potenzialità del calcio e dello sport in generale per veicolare i propri messaggi e per condizionare il tempo libero degli italiani.

La nascita del professionismo: la Carta di Viareggio

Il movimento calcio italiano, seppur all’inizio della sua storia, veniva da un periodo complesso. Per fare un esempio, il 7 febbraio del 1926 non fu convalidata una rete in un incontro tra Casale e Torino ed il risultato non fu omologato: nelle motivazioni di questa anomalia si leggeva che all’arbitro Sanguinetti era mancata la “perfetta serenità di spirito”. Nell’estate dello stesso anno avvenne uno sciopero degli arbitri.

Il Regime decise di mettere mano alla disciplina: il principale protagonista di questa fase fu il gerarca Arpinati. Antonio Ghirelli nel suo “Storia del calcio in Italia” (1964) ha scritto che Leandro Arpinati mise la camicia nera al calcio. Anche il calcio doveva essere fascistizzato: come tutta la società secondo il disegno del regime che già evolveva verso il totalitarismo.

Un atto di particolare interesse in tal senso fu la promulgazione della Carta di Viareggio.

La Carta istituì la distinzione tra professionisti e non professionisti e una normativa sul calciomercato per mettere fine ai trasferimenti sottobanco.

A onor del vero in precedenza già erano avvenuti degli scambi: il passaggio di Renzo De Vecchi dal Milan al Genoa nel 1913 per 24.000 lire, quello di Virginio Rosetta dalla Pro Vercelli alla Juventus nel 1923 per 50.000 lire infine quello di Adolfo Baloncieri dall’Alessandria al Torino nel 1925 per 70.000 lire.

Fu istituito un limite agli stranieri, allora principalmente ungheresi, tesserabili per squadra ovvero due. Dal 1928 non sarebbero più stati ammessi: un segno inequivocabile del sorgere del razzismo.

La Carta inoltre gettò le basi per quello che sarebbe stato il primo campionato italiano a girone unico, quando prima era distinto in una Lega per il Nord e una per il Sud.

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