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STORIE DI CALCIO, Francesco Gabrielli

C’è stato un tempo in cui il calcio era un giuoco. Poche squadre, giocatori molto spesso improvvisati. C’era confusione allora: non erano adottate regole comuni per tutti e molto spesso si applicavano varie versioni dello stesso giuoco. Ancora non esisteva una Federazione.

Una figura centrale quanto dimenticata nella diffusione del gioco del calcio in Italia fu quella di Francesco Gabrielli (Bologna 1857 – Rovigo 1899).

Si deve a questo schivo insegnante di ginnastica bolognese trapiantato a Rovigo, studioso dello sport e dell’educazione fisica, il primo manuale del gioco del calcio in Italia pubblicato dalla Hoepli nel 1895 e nell’anno successivo il primo manuale di divulgazione per scuole e società.

Questi due testi, vere e proprie pietre angolari della disciplina, prendono le mosse da quando già stabilito in Inghilterra dalla Football Association e puntano a unificare in un unico corpo la miriade di regole che proliferavano allora.

Si legge nel testo in merito al campo di gioco: “è una spianata rettangolare, messa possibilmente a prato, coi lati nella proporzione di due a tre. E’ opportuno che non sia più lunga di m. 180, né più corta di m. 90. Una misura sufficiente per questo giuoco è di m. 110 per 74“. Più avanti sulle modalità di esecuzione del calcio piazzato: “i punitori possono collocarsi fino al pari della palla, ma non più avanti e i puniti devono rimanerle discosti almeno m 5,50”.

Tanta premura per il fair play, mutuato anch’esso dall’esperienza di Oltremanica: i capipartito ovvero i capitani potevano valutare assieme all’arbitro il fallo e gli episodi dubbi o contestati e addirittura chiedere di sanzionare un componente della propria squadra quando ritenuto autore di un fallo. L’arbitro inoltre in caso di parità poteva attribuire la vittoria alla squadra più corretta dal punto di vista disciplinare.

Su queste basi regolamentari e terminologiche si disputerà il primo campionato di calcio nel 1896 che fu diretto dallo stesso Gabrielli a Rovigo.

Alla morte di Gabrielli il calcio era ancora una disciplina embrionale ma le trasformazioni sociali  che la società italiana tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 stava vivendo avrebbero avuto ripercussioni anche sul calcio. L’industria cresceva, le città si illuminavano con l’elettricità, si allargavano le maglie del suffragio, le donne iniziavano a entrare nel mondo del lavoro e il tempo libero diventava sempre più importante nella vita delle persone: anche il calcio di lì a poco non avrebbe tardato a diventare un fenomeno di massa.

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