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Saponara, quando il gioco si fa duro, i “deboli” cominciano a giocare

Quando nel Gennaio del 2017 Riccardo Saponara da Empoli arriva alla Fiorentina, con la formula del prestito fino al giugno del 2018 con diritto di riscatto obbligatorio fissato a 8 milioni, ha alle sue spalle una lunga esperienza fortunata tra le file degli azzurri, una parentesi al Milan conclusasi senza particolari spunti, e porta con se la fama di eterna promessa dal brillante futuro in attesa della definitiva esplosione. La speranza è che la piazza giusta per il grande salto possa essere Firenze.

Il primo semestre in viola scorre via abbastanza anonimo. Per il trequartista 11 presenze e 2 gol in maglia viola, e la sensazione d’ essere ben lontani dall’esprimere quel potenziale lasciato intravedere a sprazzi. Ma l’ambientamento in una realtà importante come quella di Firenze, si sa, richiede tempo. Ecco allora che ogni bilancio e giudizio è rimandato alla nuova annata 2017 – 2018. La stagione inizia nel peggiore dei modi. I problemi fisici che lo tengono fermo per buona parte dei primi mesi di Serie A, sprazzi di gara giocati senza convincere, una condizione fisica che tarda ad arrivare, un modulo, il 4-3-3, che pur con i problemi realizzativi palesati non sembra aver posto per un fantasista, non fanno decollare il rendimento. Inesorabili, i primi bilanci iniziano ad arrivare. Bravo tecnicamente, ma di poca personalità. La carriera in viola di Saponara sembra avviata verso un “vorrei, ma non posso”, verso un “ha i piedi, ma non la mentalità da grande squadra”. In mezzo alle critiche, ci sono poi quelli che a Saponara vogliono dare fiducia. Che credono nel talento del giocatore. Che chiedono a Pioli un maggiore utilizzo per poterlo veramente testare, non solo per sprazzi o al rientro da un infortunio. “Giocherà quando darà maggiori garanzie di altri”, risponderà il tecnico in conferenza.

Poi la tragedia. La scomparsa del compianto capitano Astori ha distrutto l’ambiente viola e colorato l’annata di un terribile nero da cui sarà difficile uscire. Con il dolore è arrivata però anche l’unità e la chiamata al senso di responsabilità. E la volontà di portare a termine quella missione iniziata con Astori. In pochi, in quel momento, si sarebbero immaginati che uno dei leader viola, uno di quelli su contare per iniziare la difficile risalita, uno di quelli a rispondere “presente”, a cercare con unghie e denti di ripartire, sarebbe stato proprio Saponara. Con la sua mentalità, la sua fragilità, la sua sensibilità. Se Badelj e Pezzella sono, come detto da Pioli, le rocce del gruppo, Saponara è l’emotività. Quella sincera e pulita di un tributo sentito ad un amico scomparso. Quella di un dolore che a volte per superare bisogna essere in grado di esprimere senza paura. Di rendersi vulnerabili. Quella di un fazzoletto pieno di lacrime, che però è anche in grado di pulire e nascondere le imperfezioni lasciate dietro dagli eventi. Quella che si trasforma in forza, personalità, e voglia di andare avanti. Da quel momento sono trascorse tre partite. Tre partite in cui Saponara ha giocato da titolare, convincendo e contribuendo a tamponare la crisi di gol viola. Molto del gioco è passato dai suoi piedi. “Adesso è in condizione” ha detto Pioli. Se Saponara tornerà ad essere quello di Empoli, e se riuscirà a proseguire questo lungo cammino anche oltre l’onda dell’emotività, solo il tempo potrà dirlo. Quello che rimane è la forza di un ragazzo che, considerato debole, si è trasformato in duro e nel momento più atroce e difficile è riuscito a tirare fuori il meglio di sé. La Fiorentina del dopo Astori, per il momento, è diventata finalmente anche quella di Saponara.

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