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Lo sport all’anno zero

Mentre la Lega di Serie A non riesce a prendere coscienza della realtà, lo sport – soprattutto di base – paga un conto salato. Promemoria: per ripartire non serviranno solo soldi ma anche una riforma organica del settore.

Un bagno di sangue. Non ci sono altri termini per descrivere quello che attende lo sport, falcidiato, come tanti altri settori dalla pandemia. Non solo lo sport dei professionisti che, prima di scoprirsi non immune al morbo, viveva trincerato nella sua torre eburnea e ora piange miseria. La priorità è finire il campionato, nonostante tutto. Anche senza pubblico, perché si può rinunciare tranquillamente alla socialità e alla condivisione, non agli introiti dei diritti televisivi. L’ultima pantomima è sull’ipotesi di un taglio degli stipendi ai giocatori. Serve persino una mediazione per convincere i calciatori: nemmeno si stesse parlando di operai e di una vertenza d’azienda! Gli stipendi variano tra campionati, tra società, tra società dentro gli stessi campionati e dentro le società stesse ma di fronte ad un’Italia che rischia un crollo del PIL dell’8% in 6 mesi un sacrificio è accettabile, gradito e per certi versi dovuto. Mentre la Serie A tergiversa da un mese a questa parte, altri sport hanno deciso responsabilmente di fermarsi. È il caso del rugby o del basket. La brutta figura del calcio italiano è fatta, nonostante il bel gesto di aprire Coverciano alle persone in isolamento, e rischia di scavare un fossato tra i tifosi e il pallone.

C’è poi una lezione da mandare a memoria una volta passata l’emergenza. Lo sport aiuta gli anziani e i disabili. Migliora la qualità della vita. Se nelle scuole o nelle università non si può fare sport, ci pensano le società sportive come ASD ed EPS. Lo sport ha una valenza sociale che dev’essere finalmente riconosciuta. Codificata. Fino ad oggi manca un riconoscimento giuridico al ruolo dello sport nella società. La Costituzione, nata in una temperie culturale e politica particolare, vedeva nello sport uno dei mezzi prediletti dal regime per la propaganda, non riconosce nella pratica sportiva un diritto dei cittadini. Adesso è tempo di una riforma organica del settore. Una revisione completa della normativa, che si è dimostrata porosa in un momento di crisi, con una netta distinzione sì tra professionismo e dilettantismo ma anche con una cristallizzazione del suo ruolo, centrale nella comunità e di chi rende tutto questo possibile.

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