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COPPA, RABBIA E DESTINO: Montella unico “testimonial” della ripartenza

Gioco a sprazzi, come i risultati, una trama leggermente diversa come una fase realizzativa quasi del tutto intangibile. L’era del Montella 2.0 è iniziata ormai da 180′, ma gli stravolgimenti non li abbiamo visti, e forse è anche razionale che sia così. Giocate di Muriel prima e lampi di Chiesa poi, queste sembrano le sole armi taglienti di una Fiorentina fin qui troppo indifesa e discontinua. Tuttavia contro la Juventus una buona prestazione caratteriale soprattutto nel primo tempo, i “pirotecnici” due pali di Chiesa hanno fatto tremare la Juve e per poco rimandato la festa dell’ottavo scudetto consecutivo allo Stadium, ma dopo ciò i viola hanno diminuito drasticamente il peso offensivo, dando vita ad un film già visto lungo la pellicola di questa stagione. Carattere e continuità, sono senza dubbio le peculiarità che più di altre non hanno caratterizzato la fisionomia di questa giovane squadra.

Il compito di Montella è dunque questo, ritrovare un’anima ed un’identità a questo gruppo, aprire un ciclo che non sia una parabola bensì un’idea chiara di fare calcio, e di farlo a lungo. Ci vorrà tempo e ce ne sarà, la fiducia crescerà con i risultati e a questi dovrà pensare proprio l’ex “aeroplanino”.  Tempo al tempo, ma solo dopo giovedì, perché questi 4 giorni che partendo da Pasqua ci divideranno dal 25 aprile saranno frenetici e quanto mai concitati. Inutile nascondersi, la semifinale contro l’Atalanta è la partita dell’anno, perché la Coppa Italia è sempre stata l’unico trofeo percorribile per la Fiorentina di quest’ultimo decennio. Nessuno, meglio di Montella, può rivitalizzare lo spogliatoio per trovare la carica e la convinzione necessaria ad affrontare una gara delicata come quella di Bergamo. Vincenzo, proprio lui, unico testimone, insieme ad Ilicic, di quella storia impressa sulla pelle.

Era il primo sabato del maggio 2014, davanti ai 65mila dello stadio Olimpico di Roma, la Fiorentina della prima era Montella affrontava il Napoli di Benitez in una cornice surreale ricreata dagli scontri pre-gara tra i tifosi partenopei e romanisti.  Quella finale si chiuse 3-1 per il Napoli e con la delusione dei tifosi gigliati che videro sfumare, ancora una volta, quella coppa che mai, sia allora proprio come quest’anno, tutti speravano di poter alzare al cielo. La seconda era Montella riprende dunque da dove aveva lasciato, senza quel centrocampo da tiki-taka targato Aquilani – Pizzarro – Valero e con un Ilicic (quella sera in veste di attaccante) in meno. Il numero 72, che vanificò l’ultima occasione utile per cambiare le sorti di quel maledetto 3 maggio (sparando alto sopra la traversa il pallone fatidico del match a tu per tu con Reina) è infatti ora vestito di nerazzurro e pronto a riprendersi la sua rivincita. Non ci sono Gomez, G. Rossi e Cuadrado ( che causa infortuni e varie non c’erano nemmeno per quella finale), ma ci sono Chiesa, Muriel e la rabbia, la stessa richiamata dal tecnico viola – “la nostra partita sarà giovedì” – ha detto nel post-gara di Torino. La nostra sì, in tutti i sensi, perché nonostante il breve periodo dal ritorno a Firenze, la partita di giovedì, proprio come il trofeo conteso, per Montella altro non potrebbe essere se non parte del suo destino in riva all’Arno, un destino capace di cambiare una volta per tutte il corso di questa “nuova” Fiorentina.

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